Vincenzo Grifo e la numero 10 che vale di più

Mi chiamo Marco Vassallo e sono l’autore del blog Un calcio alla sfortuna. Gaia mi ha scelto per raccontare una storia di sport ed identità: il protagonista è Vincenzo Grifo, un calciatore dal cuore diviso tra Italia e Germania.

A soli tre anni aveva già in testa il calcio: tutta colpa di un maglione speciale. «Lo aveva indossato Roberto Baggio», così gli aveva raccontato il nonno  donandogli il prezioso cimelio, alla vigilia del primo allenamento nella squadra della sua città. Ventidue anni fa in una fredda cittadina tedesca al limite Nord della Foresta Nera, pochi avrebbero immaginato  Vincenzo Grifo  di nuovo con la maglia del suo idolo:  la 10 della nazionale , a San Siro. Proprio la casacca del talento più amato e maledetto del calcio italiano. Adorato da molti, anche da quelli, tanti, che avevano lasciato l’Italia per cercare fortuna in una nazione così diversa, a tratti ostile, come la Germania.

I Grifo sono di questa grande famiglia di immigrati, trasferitasi da tempo a Pforzheim, centro a 27 Km ad ovest di Stoccarda. L’esordio in Nazionale nell’ultima amichevole contro gli Usa è stato il coronamento di un sogno . Quel numero così pesante sulle spalle di un  semisconosciuto, ad un anno esatto dal dramma mondiale consumatosi in quello stesso teatro con la Svezia, la miccia per l’ennesima polemica. Tifosi e leoni da tastiera hanno storto il naso pensando ai campioni che in passato avevano indossato quella maglia, piuttosto che emozionarsi per una favola italiana, anzi italo -tedesca.

Perché questo esterno sinistro di padre siciliano e mamma leccese ha il cuore diviso metà. Una parte gli ha sempre fatto desiderare la Serie A, in particolare l’Inter, la sua squadra del cuore. Un’altra lo ha fatto gongolare quando il Ct Joachim Löw nel 2016 stava facendo un pensierino per convocarlo nella Germania campione del mondo in carica. Prima che Roberto Mancini decidesse di regalargli l’azzurro per i due impegni di novembre con Portogallo e Stati Uniti, con un pizzico di incoscienza e forse un po’ di sensibilità che va oltre il calcio.

 

Grifo è un calciatore di tutto rispetto, sia chiaro. Venticinque anni, alla quarta stagione in Bundesliga, tornato all’Hoffenheim dove era cresciuto, dopo varie esperienze in giro per la Germania. Nel suo repertorio corsa, dribbling, lanci e un po’ di fantasia. Non quella di Baggio. Qualche gol sui campi tedeschi, 4 gettoni nell’under 20 italiana ed una convocazione nel momento in cui stava rendendo meno. Nel momento in cui l’Italia calcistica deve e può sperimentare più del solito.

Con l’italiano se la cava bene perché i genitori l’hanno sempre parlato a casa. Ha imparato anche qualche parola in dialetto nelle sue estati passate in Puglia e Sicilia. Non ama la birra, preferisce la pasta. Nel 2006 ha esultato insieme a tutti gli italiani di  Germania, ha festeggiato nelle strade di Karlsruhe la vittoria del Mondiale, in quella che è in effetti casa sua, sotto il naso di chi aveva accolto la sua famiglia, la sua comunità.

Grifo continua a conservare quel maglione magico appartenuto a Roberto Baggio, indossato di notte come  un pigiama, così narra la leggenda. Si allena con la speranza di assomigliare un poco di più al suo idolo. E  intanto si è preso la sua stessa maglia in nazionale. La maglia azzurra di Riva, di Mazzola, di Del Piero, di Meazza e di Totti, il sogno di tutti i bambini. Un colore che per lui , forse, ha un valore ancora più speciale.

 

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