Plastic free(d): un mondo senza plastica è possibile?

Ogni anno nel mondo vengono prodotti quasi 400 milioni di tonnellate di plastica. Di queste, circa 100 milioni vengono disperse nella natura, in particolare nei mari e negli oceani. Secondo il Wwf ogni minuto vengono gettate nel Mediterraneo circa 33.800 bottigliette. Sono alcuni degli spaventosi numeri che quotidianamente vengono urlati per attirare l’attenzione su un problema che non può essere più ignorato.

Il problema, grazie ai movimenti ambientalisti – che sono nati o hanno trovato nuovo vigore in simboli come la giovane attivista svedese Greta Thunberg – sta entrando nell’agenda dei governi nazionali e sovranazionali. Al contempo sta aumentando la sensibilità dei cittadini-consumatori, i primi a chiedere al mondo politico e imprenditoriale un forte cambio di rotta.

E se magari non uscirà dalle bocche delle persone circle economy, economia circolare, sono i sondaggi, come quello che abbiamo realizzato noi all’esterno di un supermercato, a dare le prove. Vale la pena citarne un altro, uno studio effettuato dalla società di ricerche di mercato Ipsos, secondo il quale un italiano su tre pensa sia dovere delle aziende offrire risposte concrete per la riduzione della plastica nelle confezioni dei prodotti venduti. E un altro dato dice quanto questo sia urgente: ogni singolo italiano produce in media un chilogrammo di rifiuti in plastica il giorno, di cui solo poco più della metà (0,6 kg) finisce in discarica, mentre una frazione non trascurabile (0,2 kg) viene smaltita in modo scorretto.

Sempre secondo lo studio, circa il 77 per cento degli italiani ritiene che le aziende non stiano facendo abbastanza per la sostenibilità e considera la riduzione delle emissioni e l’impatto ambientale l’ambito su cui si devono più concentrare le politiche di responsabilità sociale delle aziende.

Meno di 100
Rappresentazione grafica dei tempi di biodegradabilità dei prodotti dispersi in mare (tempi inferiori a 100 anni)

 

L’economia circolare, cioè quel modello produttivo chiuso (opposto quindi a quello lineare a cui siamo abituati da sempre) che prevede la trasformazione del rifiuto in un nuovo prodotto, è la direzione che l’Unione Europea ha intrapreso con il Pacchetto Economia Circolare basato sui principi delle cosiddette “Quattro R”: riduzione, riutilizzo, riciclo e recupero.

Parlando di plastica nello specifico è invece recentissimo il varo della direttiva Ue che introduce nuovi obiettivi nella raccolta differenziata di plastica e che metterà al bando, a partire dal 2021, molti oggetti usa-e-getta: bastoncini per miscelare i cocktail, cannucce, asticelle per palloncini, piatti e posate, bicchieroni di polistirolo espanso per bevande bollenti, bastoncini cotonati per le orecchie e molto altro. Per quanto riguarda la differenziata, gli Stati membri dovranno raggiungere la soglia del 90 per cento di bottiglie di plastica riciclata entro il 2029 e queste dovranno avere un contenuto riciclato di almeno il 25 per cento entro il 2025 e di almeno il 30 per cento entro il 2030.

Già, perché sebbene la raccolta differenziata di plastica proceda con buoni risultati nell’Ue, con l’Italia a fare da modello in molti casi, non procede in maniera altrettanto positiva e rapida il riciclo di plastica. Ciò perché la plastica non è uno, ma molti materiali: metilmetacrilato, polietilene, Pet, polipropilene, Abs, polistirolo, poliuretano, acido polilattico, Pvc e molto altro ancora. Queste varianti vengono spesso combinate tra loro negli oggetti e negli imballaggi, rendendo più difficili e quindi più costosi i processi di riciclaggio del materiale. Questo finisce per trovare impieghi poco interessanti, diventando, ad esempio, combustibile secondario. Basti pensare che nelle confezioni di affettati la pellicola trasparente è costituta da cinque o sei strati protettivi formati da polimeri diversi.
Per questo sono necessari nuovi sforzi e nuove idee che, per fortuna, si stanno moltiplicando. Ne è esempio la fabbrica bresciana Maire Teichnmont, in grado di riciclare il 95 per cento della plastica che entra nel suo stabilimento e di produrre fino a 40mila tonnellate di polimeri riciclati all’anno. Come? Partendo dalle caratteristiche meccaniche del prodotto per poi recuperare gli elementi che lo compongono.

Un processo che permette di produrre «un paraurti al 100% da plastica riciclata, con le stesse caratteristiche meccaniche di un paraurti nuovo di zecca», ha dichiarato al Corriere della Sera Pierroberto Folgiero, amministratore delegato di Maire Tecnimont.

Più di 100
Tempi di biodegradabilità dei prodotti dispersi in mare (tempi superiori ai 100 anni)

 

Altro caso virtuoso è quello di EcoPlasetam, startup torinese che ha brevettato EcoAllene, un materiale plastico derivato dal riciclo dei “rifiuti poliaccoppiati”: si tratta di rifiuti formati da un film plastico e un film metallico, come i contenitori in tetrapak di latte e succhi di frutta che fino ad oggi venivano inceneriti o solo parzialmente riciclati, a caro prezzo e con un grande consumo di energia. La plastica EcoAllene, ideata da un gruppo di ricercatori guidati da Carlo Maggi, può essere sfruttata in molte produzioni, dalle suole delle scarpe all’automotive.

Se è vero che aziende e governi dovranno assumere un ruolo molto più rilevante nella guerra alla plastica, altrettanto vero è che noi cittadini-consumatori possiamo fare la nostra parte compiendo scelte consapevoli, sollecitando, con i nostri comportamenti quotidiani, le azioni di produttori e politici. Riprendendo uno dei principi delle “Quattro R”, basterebbe cominciare dalla riduzione. A partire dalle abitudini d’acquisto: meno beni confezionati nella plastica, più prodotti sfusi; meno bottiglie d’acqua e più borracce riempite dal rubinetto di casa; meno prodotti monouso e più oggetti riutilizzabili.
La rivoluzione, anche in questo caso, deve partire dal basso.

Per verificare se questa rivoluzione stia partendo davvero dal basso, abbiamo realizzato un piccolo esperimento coinvolgendo i clienti di un supermercato ai quali abbiamo chiesto quali siano le loro abitudini rispetto al consumo di plastica.

 

Il progetto è stato realizzato da:

Bernardo Cianfrocca 

Marco Rizza 

Valeria Sforzini 

Gaia Terzulli

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