Piano col Vangelo: leggerlo a scuola è «troppo religioso».

Cosa c’entra il Natale col Vangelo? A molti sembrerà una domanda stupida, ad altri retorica o provocatoria. Il Natale c’entra e come col Vangelo. Da un certo punto di vista può esserne considerata la ragion d’essere, essendo il compleanno di Gesù, che del Vangelo è protagonista. Ok, l’ho detta malissimo, ma tanto la storia è nota a tutti e non ha senso annoiarvi risalendo ai Magi e alla mangiatoia.

La questione è di quelle che in Italia il Vaticano reagirebbe invocando le dieci piaghe d’Egitto a punire gli “infedeli”. Sulla Zeit di oggi si legge che in Germania alcune «scuole rinunciano al Vangelo per non essere troppo religiose». Was?

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Già. A una settimana esatta dal Natale, con le maestre riunite in conclave per decidere a quale bambino far fare il pupazzo di neve nella recita dell’ultimo giorno, alcuni dirigenti scolastici s’impuntano sulla lettura del Vangelo. È un’operazione «troppo religiosa», bisogna evitarla. Il cerimoniale in asili e scuole elementari dovrebbe limitarsi allo scambio dei Geschenke sotto l’albero di Natale con Jingle Bells in sottofondo e uno sciame di manine in processione per ricevere stelline alla cannella dalle materne Schullehrerinnen.

Il clima di festa rimane, insomma, ma senza bisogno di scomodare il testo sacro. A che pro? Non sembra che l’iniziativa di alcuni presidi tedeschi sia stata ancora giustificata o resa nota tramite esplicite dichiarazioni. Resta il fatto che, come nota Judith Luig, «se uno non racconta la storia che c’è dietro al Natale, è pur sempre Natale. Ma senza senso». E che «una scuola è sempre e comunque un luogo deputato all’istruzione. Essa dovrebbe spiegare a ragazzi e ragazze perché si fanno le cose, da dove vengono e che significato hanno per il mondo».

Parole sante.

Come il Natale.

L’ho detto.

 

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Vincenzo Grifo e la numero 10 che vale di più

Mi chiamo Marco Vassallo e sono l’autore del blog Un calcio alla sfortuna. Gaia mi ha scelto per raccontare una storia di sport ed identità: il protagonista è Vincenzo Grifo, un calciatore dal cuore diviso tra Italia e Germania.

A soli tre anni aveva già in testa il calcio: tutta colpa di un maglione speciale. «Lo aveva indossato Roberto Baggio», così gli aveva raccontato il nonno  donandogli il prezioso cimelio, alla vigilia del primo allenamento nella squadra della sua città. Ventidue anni fa in una fredda cittadina tedesca al limite Nord della Foresta Nera, pochi avrebbero immaginato  Vincenzo Grifo  di nuovo con la maglia del suo idolo:  la 10 della nazionale , a San Siro. Proprio la casacca del talento più amato e maledetto del calcio italiano. Adorato da molti, anche da quelli, tanti, che avevano lasciato l’Italia per cercare fortuna in una nazione così diversa, a tratti ostile, come la Germania.

I Grifo sono di questa grande famiglia di immigrati, trasferitasi da tempo a Pforzheim, centro a 27 Km ad ovest di Stoccarda. L’esordio in Nazionale nell’ultima amichevole contro gli Usa è stato il coronamento di un sogno . Quel numero così pesante sulle spalle di un  semisconosciuto, ad un anno esatto dal dramma mondiale consumatosi in quello stesso teatro con la Svezia, la miccia per l’ennesima polemica. Tifosi e leoni da tastiera hanno storto il naso pensando ai campioni che in passato avevano indossato quella maglia, piuttosto che emozionarsi per una favola italiana, anzi italo -tedesca.

Perché questo esterno sinistro di padre siciliano e mamma leccese ha il cuore diviso metà. Una parte gli ha sempre fatto desiderare la Serie A, in particolare l’Inter, la sua squadra del cuore. Un’altra lo ha fatto gongolare quando il Ct Joachim Löw nel 2016 stava facendo un pensierino per convocarlo nella Germania campione del mondo in carica. Prima che Roberto Mancini decidesse di regalargli l’azzurro per i due impegni di novembre con Portogallo e Stati Uniti, con un pizzico di incoscienza e forse un po’ di sensibilità che va oltre il calcio.

 

Grifo è un calciatore di tutto rispetto, sia chiaro. Venticinque anni, alla quarta stagione in Bundesliga, tornato all’Hoffenheim dove era cresciuto, dopo varie esperienze in giro per la Germania. Nel suo repertorio corsa, dribbling, lanci e un po’ di fantasia. Non quella di Baggio. Qualche gol sui campi tedeschi, 4 gettoni nell’under 20 italiana ed una convocazione nel momento in cui stava rendendo meno. Nel momento in cui l’Italia calcistica deve e può sperimentare più del solito.

Con l’italiano se la cava bene perché i genitori l’hanno sempre parlato a casa. Ha imparato anche qualche parola in dialetto nelle sue estati passate in Puglia e Sicilia. Non ama la birra, preferisce la pasta. Nel 2006 ha esultato insieme a tutti gli italiani di  Germania, ha festeggiato nelle strade di Karlsruhe la vittoria del Mondiale, in quella che è in effetti casa sua, sotto il naso di chi aveva accolto la sua famiglia, la sua comunità.

Grifo continua a conservare quel maglione magico appartenuto a Roberto Baggio, indossato di notte come  un pigiama, così narra la leggenda. Si allena con la speranza di assomigliare un poco di più al suo idolo. E  intanto si è preso la sua stessa maglia in nazionale. La maglia azzurra di Riva, di Mazzola, di Del Piero, di Meazza e di Totti, il sogno di tutti i bambini. Un colore che per lui , forse, ha un valore ancora più speciale.

 

La lepre? Col pepe? Boh.

Perché partire dalla lepre nel pepe (manco “col pepe”, proprio “immersa nel pepe”) per parlare d’Italia e Germania? Al netto della cronica ingordigia di chi scrive, c’è un nesso tra l’animale tutto orecchi e la spezia in grani colorati. A crearlo sono stati i tedeschi con una ghiotta Redewendung (modo di dire), “Da liegt der Hase im Pfeffer”, letteralmente “Qui giace la lepre nel pepe”.

E quindi? Che vuol dire? Ci sono almeno tre letture diverse della frase: la più popolare è “Qui casca l’asino”, che può diventare anche “Questo è il problema”, o “Il nocciolo della questione”. La sostanza è sempre la stessa: andiamo al sodo. Che è quello che vorrei provare a fare con questo blog, dedicato alla più controversa delle “amicizie” internazionali, quella tra crucchi e Itaker, come i primi chiamavano gli italiani emigrati in Germania nel 1960.

No filter al massimo, senza veli né edulcoranti, questo spazio racconterà sempre la verità, anzi, le verità. Quella italiana sull’universo Germania e quella tedesca sulle beghe del Bel Paese, pizza Hawaii esclusa (siamo tutti d’accordo sul fatto che sia aberrante).

Politica, costume, spread, mafia, revanche filonaziste, tendopoli sul Garda e sandali con le calze avranno diritto di cittadinanza in questo spazio, insieme a tutto quello che ora non ti dico, così avrai l’Überraschung (non morde, tranqui).

Viva i Bräzel.